Grida di silenzio, dissensi implosi e privi di forme ben descritte. L’arte informale continua a essere espressione di disagio per una società lontana dalla quiete e vicina a ogni tipo di crisi, immersa nei terrori e nel mal de vivre proprio come fu all’inizio del suo diffondersi, dopo il secondo Conflitto mondiale. Aprile 2011, sembra che il XX secolo ormai sia lontano, quasi archiviato; l’età delle Grandi guerre, della Grande depressione, del terrore, delle lotte e ribellioni sembrerebbe argomento anacronistico e adatto solo ai libri di storia, alla letteratura e alla cinematografia. Tuttavia la stessa storia, banale quanto vero dirlo, vive in noi e spesso si ripresenta: si presentano nuovamente le guerre, il terrore ma anche il desiderio di cambiamento e, tra ragazzi imprigionati da un’etichetta piuttosto che da un’altra, si possono anche trovare personalità forti e con un grande desiderio espressivo, con un vero talento nel dire la loro. Persone che sanno partecipare alle pacifiche rivolte perché hanno il coraggio di manifestare il malessere e il dissenso, che hanno l’esigenza di esprimersi, ognuna ha un proprio linguaggio. Ci sono uomini che sacrificano la vita per dire no, per permettere ad altri uomini di scegliere, di esprimersi. Poi, c’è chi la rivolta la suona, chi la scrive, chi la fotografa e chi la dipinge e lascia a questo mondo un segno di disagio che lentamente prende forma. Francesco Cecere è un rivoltoso silente, è un ribelle “a lento rilascio”: è un pittore. Nel suo laboratorio tra l’odore di trementina e la pittura colata puoi trovare tele monocromatiche nere o esplosioni di colore e materia, testimonianza del suo attuale periodo artistico: l’informale. E ancora, nel laboratorio di Cecere è possibile vedere i bozzetti dei suoi studi di anatomia che, a guardarli, non solo appagano la vista ma anche l’umore, perché lasciano un senso di “fiducia” derivante dalla consapevolezza che in un mondo di fotografi “prêt-à-porter”, musici da “garage band” e pittori improvvisati c’è ancora chi prova a far arte con cognizione di causa, chi la fa avendo alle spalle un solido retaggio, con un percorso che passa dal figurativo all’astratto, dalla forma all’informale. Se è vero che si nasce talentuosi, ancor più vero è che il talento va alimentato, educato: la ricerca, per chi fa arte, deve essere continua, così come lo è perFrancesco Cecere. Nei suoi lavori si mescolano, talvolta, sabbia, schiuma, calce e cemento dando vita ad opere ruvide e pesanti; il rosso, il blu e il nero si uniscono al bianco creando sensuali cromie. La biunivoca corrispondenza tra il mezzo espressivo (il colore, la materia, la tela) e il senso dell’opera è esplicita e, in accordo con tutti i canoni dell’arte informale, i quadri del giovane pittore napoletano si raccontano e prendono senso dalla materia di cui sono fatti, dai gesti da cui si sono formati: le tele forate e le pennellate violente fanno da eco alla “action painting” che fu di Pollock, di Burri e di Fontana. In una critica di Vincenzo Pirozzi a Cecere si legge : <<[…]è figlio di un’epoca strizzata nel presente come dentifricio in un tubetto ormai traboccante, la terra è un luogo comunque piccolo e quindi per questo non basta a contenere il grido di terrore e di bellezza che le sue opere sembrano cantare a chi guardandole comincia ad ascoltare. Tutti gli elementi sono rappresentati come fossero già all’interno della tela che chiede solo di essere ripulita dalla patina grigia della normalità, sottende a qualcosa che chiede spazio e forza per nascere. Non a caso il rosso è una figura costante negli ultimi lavori, è carico di ricordi ma anche proteso verso future nascite che siamo ansiosi di vedere con gli occhi ma soprattutto con spirito libero.>>